LA DIVERSITÀ FABBRICATA IN SERIE
«Potrei ma non voglio
fidarmi di te
Io non ti conosco e in fondo
non c'è
In quello che dici qualcosa
che pensi
Sei solo la copia di mille
riassunti
Leggera, leggera si bagna la
fiamma
Rimane la cera e non ci sei
più»
Samuele Bersani, Giudizi universali.
Dalla finestra un cielo azzurro,
privo di nubi, si apre ai miei occhi. Sono tornata da un viaggio, fisico e
metaforico, che mi ha portato in un’altra città ed ora, dopo una breve
permanenza in un altrove, sono di nuovo di fronte al mio abituale panorama, un
panorama che mi fa sentire a casa, in tutti i sensi. Immersa nel confortevole ambiente
che mi piace ritrovare quando mi allontano. Non è nostalgia, è presenza
necessaria, ossigeno vitale.
Alcuni viaggi portano un
cambiamento, altri delle conferme.
Quello che compio fuori da me,
nel mondo, è, ormai, un percorso surreale in un tempo immobile. A volte, la
sensazione che nasce, guardandomi intorno, è quella di essere sospesa: è come trovarsi
in mezzo al vuoto. Osservo lo scorrere della vita degli altri e ne resto fuori,
ne percepisco l’assenza, ma non l’essenza. Assenza di contatti, nessuna
condivisione possibile, assenza di empatia, chiusura totale in un sé ipertrofico
popolato di dogmi sociali e culturali che, come tali, non ammettono alcuna messa
in discussione possibile.
È un’immersione totale nei luoghi
comuni e nella loro banalità, un mondo popolato da stereotipi, fotocopie
prodotte in serie, come le merci industriali. Non c’è varietà, non esiste
profondità: migliaia di copie della stessa foto. Un’umanità estranea, solo
formale. Dov’è la sostanza? Dov’è l’essenza? Dov’è l’essere?
Vedo solo l’archetipo impalpabile,
«la
copia di mille riassunti», per l’appunto.
Del resto, non è un caso che la
produzione in serie abbia avuto il suo boom negli anni ’60, dagli anni del “miracolo
economico” parte anche il pensiero in serie: ci si accontenta del sentito dire,
del pensiero preconfezionato e preso in prestito, dello slogan ripetuto a
pappagallo come una poesia di Natale recitata, in equilibrio precario su una
sedia, davanti ai parenti.
Il trionfo del conformismo totale di
una serie di stereotipi che si vorrebbero anticonformisti.
La diversità viene guardata di
sottecchi, la “diversità” della maggioranza è seriale: quei “diversi” si
assomigliano tutti, hanno similitudini che li accomunano, come marchi di fabbrica
stampati sul fondo di un qualsiasi prodotto. Un prodotto che, anche quando è
artigianale, è identico ad altri mille. Nessuno originalità, nessuna
peculiarità.
Un canone che unifica, anche se privo
di codice a barre, che fa comprendere immediatamente da dove è uscito. Tutto è
scontato, al ribasso. L’ostilità verso il diverso si percepisce anche quando si
nasconde dietro un sorriso di circostanza.
Vuoti a perdere riempiti fino all’orlo
di massificazione.

Nessun commento:
Posta un commento